I trattamenti radianti per patologia non oncologica

Giampaolo Montesi , Giovanni Mandoliti

Quasi una suggestione, o addirittura una chimera, sicuramente qualcosa di cui pochissimi sono a conoscenza sia tra i pazienti, ma anche tra gli operatori del settore. La curiosità va sempre corroborata con dati di letteratura ma oggi, in epoca di responsabilità medica rinnovata, Legge Gelli e Linee Guida, i trattamenti radianti per patologia non oncologica rischiano di rimanere delle “Cenerentole” ad esclusivo appannaggio di chi, sporadicamente, li propone. Sebbene le indicazioni nella moderna radioterapia siano moltissime, dalla patologia funzionale e proliferativo-infiammatoria (periartrite scapolo-omerale, epicondilite, rizartrosi, malattia di Dupuytren ecc.), in Italia complessivamente si predilige utilizzarla per il trattamento della fascite plantare in presenza di spina calcaneare, terapia dell’esoftalmo secondario a morbo di Basedow e dello pseudotumor refrattari a terapia medica, prevenzione dei cheloidi e prevenzione dell’ossificazione eterotopica nel politrauma/polifrattura.

Protagonisti di questo numero sono il dott. Mandoliti e il dott. Montesi, con i quali definiamo i termini di una questione estremamente interessante, ma assai poco discussa: l’utilizzo dei trattamenti radianti per le patologie non oncologiche. Di cosa si tratta? A cosa servono? Quali sono le basi scientifiche su cui si poggia e perché rischia di rimanere una pratica poco utilizzata?  

In un Paese con scarsa cultura applicativa della radioterapia non oncologica in effetti solo i primi due trovano maggior spazio e una base di letteratura più ampia, sebbene molto povera come qualità. Il giuramento di Ippocrate nel suo “primum non nocere” impone di valutare i potenziali rischi derivanti da questi trattamenti primariamente per quella che può essere la cancerogenesi secondaria. Principalmente la dominante fonte di refrattarietà da parte del medico radiooncologo prescrittore è proprio questa ed è la più difficile da superare.


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