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Il desiderio di guardare oltre la realtà delle cose immaginando costantemente come migliorarle è forse una delle caratteristiche più belle degli esseri umani. Certamente si tratta di una prerogativa distintiva del nostro modo di vivere. Ecco quindi che, tanto nei secoli passati quanto in questi tempi moderni (e difficili), abbiamo assistito al progredire di scienza e tecnologia, ‘arti’ (passatemi l’utilizzo di un termine che potrebbe essere solo apparentemente letto come ‘irriverente’) grazie alle quali abbiamo migliorato molto la qualità del nostro vivere e la nostra aspettativa di vita. Questo assunto è ancor più vero se prendiamo in considerazione le scienze e le tecnologie applicate al sistema salute. Ma qui sorge un problema. Noi forse siamo arrivati oggi al punto di dare alla parola ‘innovazione’ un significato improprio, associandola principalmente ad uno sconfortante ‘vorrei ma non posso’. Costantemente accompagnato dal capitolo ‘costi’, il dibattito sull’innovazione in Sanità è innegabilmente una pratica molto esercitata (in particolare quando ne invochiamo l’intervento salvifico mentre siamo alle prese con gli effetti di una devastante pandemia), ma i nostri ragionamenti trascurano spesso un fatto: l’innovazione nasce da una capacità di andare oltre ai problemi che abbiamo sotto mano, immaginandone la soluzione. Significa mettere in pratica la nostra, innata, capacità di evolverci. È vero, i sistemi sanitari si trovano oggi a dover fronteggiare alcune sfide decisive e irrimandabili, in primis quelle legate al far coincidere i problemi di sostenibilità con i mutamenti del quadro demografico, sociale ed epidemiologico, ma questo è solo il punto di partenza, non certo quello di arrivo, di un qualunque ragionamento degno di nota. Il nostro è un quadro sicuramente delicato, non siamo i soli a sostenerlo, nel quale riscontriamo una certa difficoltà a trasferire le innovazioni tecnologiche nella pratica clinica, ma di fronte a questo gap è opportuno tornare a sottolineare quanto sia importante pensare in grande, ricordandoci che farlo è nella nostra natura. Cerchiamo, tutti insieme, di non guardare al problema, ma di cercare soluzioni, ad esempio ragionando su nuovi modelli di servizi centrati sulla persona, immaginiamo una decentralizzazione delle sedi tradizionali di erogazione, puntiamo sull’introduzione di nuove tecnologie che consentano diagnosi precoci e medicina personalizzata. Torniamo insomma a fare quel che, la storia ci insegna, sappiamo fare meglio: guardiamo il presente e troviamo il modo di andare ancora avanti. La nostra natura ci insegna ad essere ‘innovatori’ e allora l’invito è quello di tornare ad esserlo cambiando l’approccio alla questione: non chiediamoci il ‘perché’ non possiamo fare quel che vorremmo, ma domandiamoci ‘perché’ non abbiamo ancora trovato il modo di farlo. Buona lettura.

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Maria Giulia Mazzoni
  • Maria Giulia Mazzoni