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Un innovativo sistema diagnostico, brevettato dalla dott.ssa Cosmi dell’Università di Trieste, permette di valutare la fragilità ossea in modo efficace. Attraverso questo dettagliato approfondimento entriamo nel merito della metodologia e dei risultati ottenuti nel corso di una attenta analisi a campione

L’osteoporosi è definita una malattia “silenziosa”, infatti la fragilità ossea si manifesta spesso al paziente senza sintomi premonitori, attraverso una frattura importante, come quella del femore o del polso, o a causa del dolore dovuto a microfratture trabecolari, prevalentemente vertebrali. Secondo la IOF (International Osteoporosis Founfation) la situazione è preoccupante: in Italia, 4 milioni di donne, il 23% della popolazione femminile con più di 50 anni, ed anche il 7% degli uomini, è affetto da osteoporosi. In Europa la situazione è analoga e si traduce in costi che pesano in modo importante sui bilanci sanitari: nel 2010 i Paesi UE6 (Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito) hanno speso per la cura delle fratture da fragilità 37 miliardi di euro, che raggiungeranno i 47 miliardi di euro entro il 2030 a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Anche se un basso valore di densità minerale ossea è ritenuto indice di un aumento del rischio di frattura, la maggior parte delle fratture si verifica in donne in post-menopausa e in uomini anziani che appaiono a rischio moderato. Gli esperti del settore riconoscono che le attuali metodiche diagnostiche, come la densitometria o MOC (mineralometria ossea computerizzata), non sono sempre sufficienti per completare il quadro clinico, ed è stato valutato che in circa la metà dei casi la diagnosi non è in grado di prevedere le fratture da fragilità.

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