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Il defibrillatore impiantabile rappresenta senza dubbio una delle grandi scoperte della medicina, poiché attraverso la lotta alla morte improvvisa ha contribuito all’allungamento della vita media. Questa terapia affonda le radici su una grande intuizione e sul costante lavoro di innovazione che da circa 50 anni coinvolge ingegneri biomedici, ricercatori e medici elettrofisiologi. La nascita della terapia di defibrillazione risale alla fine degli anni ‘60, quando un medico ricercatore, il dott. Michel Mirowski, turbato dalla morte improvvisa di un suo amico e collega, iniziò a studiare e costruire il primo dispositivo automatico. Mirowski, intrepido visionario, impiegò tutte le sue energie nella realizzazione di un dispositivo che potesse combattere la morte improvvisa.

Nella lotta contro la morte improvvisa, la realizzazione del defibrillatore impiantabile ha rappresentato un passaggio cruciale. Ripercorriamo, grazie al dott. Corrado Ardito, l’evoluzione di questa tecnologia, ricostruendo quali sono le attuali indicazioni di utilizzo e prendendo in esame un interessante caso clinico di impianto in ambito pediatrico

La sua intuizione e gli studi che ne seguirono si basavano sulle evidenze del dott. Claude Beck, il quale nel 1947 aveva salvato un ragazzo di 14 anni, entrato in fibrillazione ventricolare durante un intervento chirurgico per una deformazione toracica, applicando direttamente sul cuore del suo giovane paziente due elettrodi e defibrillandolo. Allo stesso modo, nove anni dopo, Beck aveva resuscitato un medico 65enne, colpito da infarto complicato da fibrillazione ventricolare, praticandogli una toracotomia d’urgenza ed erogando la scarica elettrica del defibrillatore direttamente sul cuore. Erano i primi passi della defibrillazione cardiaca come strumento per interrompere le aritmie mortali, ai quali seguì la creazione del primo defibrillatore trans-toracico.

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Corrado Ardito
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