Il nuovo volto della terapia intensiva e della ricerca dopo Covid

Il nuovo volto della terapia intensiva e della ricerca dopo Covid

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“Grazie. Sono tornato alla vita, sono a casa con la mia famiglia, sto respirando bene, non ho problemi e finalmente sono autonomo”. Sono queste le parole che ricompensano e che non hanno prezzo: quelle di uno e di molti altri pazienti ‘usciti’ dai giorni, quasi senza vita, del Covid-19 dopo lungodegenze in reparti di Terapia Intensiva (TI).

Parole di gratitudine – racconta oggi il professor Maurizio Cecconi, responsabile Anestesia e Terapie Intensive dell’IRCCS Humanitas e docente Humanitas University – che fanno dimenticare la stanchezza di settimane vissute con l’adrenalina a mille per resistere ai ritmi richiesti dall’emergenza e assicurare a ogni paziente degente o al prossimo in arrivo, l’assistenza e le cure migliori attraverso farmaci e macchinari di ventilazione. Finalizzate, tutte, a un unico obiettivo: guadagnare tempo affinché ciascun paziente potesse allora come oggi, abbandonare quegli aiuti-supporto d’organo artificiali ed essere di nuovo capace di autonomia, libera dalla dipendenza da macchinari. “Guadagnare tempo perché il malato possa guarire, riappropriandosi della propria vita – spiega il professore – è sempre stata la ‘missione’ della TI fin dal suo nascere negli anni ’50, in Danimarca, quando durante l’epidemia di poliomielite nacquero i primi reparti dedicati alla ventilazione invasiva tramite tracheotomia. Da allora sono cambiati i mezzi con cui portiamo assistenza alla persona, abbiamo sviluppato maggiori conoscenze e tecniche della medicina intensiva e si sono affinati di pari passo gli intenti e gli obiettivi”. Gli strumenti e i macchinari di cui si dispone sono oggi di ultima generazione, spesso ‘guidati’ da computer o dall’Intelligenza Artificiale, consentendo l’acquisizione e l’analisi dei dati in tempo….

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Francesca Morelli
  • Francesca Morelli